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Angelo Mummolo ha creato 7 opere provocate direttamente e indirettamente dall'impero romano e 9 di argomento differente.
I titoli delle 16 opere sono i seguenti:

  1. Caio Giulio Cesare Completamento Della Guerra Gallica Di Angelo Mummolo, testo latino a fronte di..........................(1988 - 5 febbraio 2001): avvenimenti narrati del 50 a.C.;
  2. Caio Giulio Cesare Imperatore Parte I, versione integrale, tragedia in 5 atti (fine settembre 2004 - prima metà luglio 2005): avvenimenti rappresentati dal 60 a.C. al 50 a.C.;
  3. Caio Giulio Cesare Imperatore Parte II, versione integrale, tragedia in 5 atti (fine settembre 2004 - prima metà luglio 2005): avvenimenti rappresentati dal 50 a.C. al 20 marzo 44 a.C.;
  4. Trilogia Delle Borgate Parte I - Quattro Giorni In Villa, dramma storico in 5 atti (9 dicembre 2005 - 25 maggio 2006): avvenimenti rappresentati da sabato 4 luglio 1959 a martedì 7 luglio 1959 e relativamente all'estate 1965, a giovedì 20 gennaio 1966 e a mercoledì 10 aprile 1968; attraverso la vicenda di una tredicenne romana terribile che è uno spasso a sentirla vengono rappresentate le conseguenze delle demolizioni nel centro storico di Roma realizzate dal fascismo per evidenziare e isolare le costruzioni dell'impero romano;
  5. Reversibile, dramma storico - satiresco in 1 atto e 3 tempi (primi di marzo 1963 - 8 marzo 1963): fatto accaduto tra il 1958 e il 1959; tra varie persone campeggia la protagonista, una signora simpatica che si sposa tre volte per aspirare a ottenere la pensione di reversibilità del marito, prima della istituzione della pensione sociale;
  6. Spettacolo Comico Marco Tullio Cicerone Contro Marco Antonio Le Imprese Ingloriose Di Marco Antonio Che Voleva Succedere A Cesare, monologo in 5 atti (primi di ottobre 2008 - 3 dicembre 2008): risate a non finire nella invettiva di Marco Tullio Cicerone contro Marco Antonio che mette a nudo il carattere di Antonio dalla sua fanciullezza fino non alla sua morte, ma a quella di Cicerone (riduzione cronologica dalle "Filippiche" di Cicerone con aggiunte e rimaneggiamenti);
  7. A Mio Fratello Che Non Ho Conosciuto Parte I, diario romanzato (17 ottobre 2006 - 3 novembre 2010): narra gli avvenimenti familiari dall' ottobre 1957 al 17 settembre 1958; in due famiglie, Iurlo e Martinelli, che vivono con le porte aperte in attesa dell' eredità, un bambino, Angelino, muore per l' infezione contratta da un altro bambino, Giuliano, colpito da tifo e meningite;
  8. A Mio Fratello Che Non Ho Conosciuto Parte II, diario romanzato (3 novembre 2010 - 3 giugno 2011): narra gli avvenimenti familiari dal 18 settembre 1958 al 17 luglio 1960; in due famiglie, Iurlo e Martinelli, che vivono con le porte aperte in attesa dell' eredità, un bambino, Angelino, muore per l' infezione contratta da un altro bambino, Giuliano, colpito da tifo e meningite;
  9. A Mio Fratello Che Non Ho Conosciuto, dramma in 5 atti (28 dicembre 2011 - 27 giugno 2012): rappresenta gli avvenimenti familiari dall' ottobre 1956 al 1966; in due famiglie, Iurlo e Martinelli, che vivono con le porte aperte in attesa dell' eredità, un bambino, Angelino, muore per l' infezione contratta da un altro bambino, Giuliano, colpito da tifo e meningite;
  10. Caio Giulio Cesare Imperatore Parte I, versione ridotta, tragedia in 5 atti (3 novembre 2012 - 24 gennaio 2013): avvenimenti rappresentati dal 60 a.C. al 50 a.C.;
  11. Caio Giulio Cesare Imperatore Parte II, versione ridotta, tragedia in 5 atti (3 novembre 2012 - 24 gennaio 2013): avvenimenti rappresentati dal 50 a.C. al 20 marzo 44 a.C.;
  12. Trilogia Delle Borgate Parte II - Nuova Storia Di Mouchette (Da Georges Bernanos, 1937), dramma in 5 atti (3 febbraio 2014 - 11 febbraio 2014): Mouchette, una ragazzina di 14 anni, che vive in un tugurio, dopo essere stata violentata da un cacciatore di frodo, si suicida;
  13. Amleto Re Dalla Storia Danica Di Saxo Grammaticus (Da William Shakespeare, 1601), tragedia in 5 atti (aprile - maggio 2014): mi è apparso lo Spettro di Amleto padre e mi ha chiesto di vendicare le morti di Polonio, Ofelia, Gertrude e Laerte, causate dalla demenza di suo figlio, e io l'ho fatto, attenendomi alla lettera alla Storia Danica di Saxo Grammaticus in lingua latina, fonte della tragedia di Shakespeare;
  14. Suddivisione in 5 e non in 4 atti della "Tragedia Spagnola" di Thomas Kyd (16 giugno 2014 - 24 giugno 2014): il III atto, composto da 15 scene, è lungo, pertanto le scene IX - XV sono diventate le scene I - VIII dell' atto IV, e l'atto IV è stato rinominato atto V; così è stato rispettato il canone di Aristotele; è stato necessario far apparire l'Ombra di don Andrea e la Vendetta per la sesta volta con le seguenti battute, che formano la scena IX dell'atto III ridotto
    OMBRA - Balthazar e Lorenzo, dopo aver commissionato l'assassinio di Horatio a Cerberino e a Pedringano, li hanno uccisi perché non rivelassero i nomi dei mandanti. Fino a quando i due compari continueranno a farla franca?
    VENDETTA - Devi pazientare, Andrea. L'azione si sta sviluppando verso la soluzione sperata. La finta pazzia di Hieronimo porterà alla punizione di quei due delinquenti.
  15. Trilogia Delle Borgate Parte III - Una Vita Violenta (Da Pier Paolo Pasolini, 1959), tragedia in 5 atti (4 aprile 2014 - 26 ottobre 2014): dal noto romanzo di Pasolini;
  16. William Shakespeare, Amleto, versione ridotta, tragedia in 5 atti (14 maggio 2015 - 18 maggio 2015); su un punto la generalità è d'accordo: la tragedia è troppo lunga (dura oltre 4 ore, escluso l'intervallo), e senza riduzione non è rappresentabile a teatro; è stata eliminata la metà del testo originale, quindi la versione ridotta dura un paio d'ore.

Angelo Mummolo ha terminato la sua attività letteraria.

La Villa, dove si svolge per più di tre atti la quarta opera, è la Villa dei Gordiani a Roma al terzo miglio della via Prenestina, su entrambi i lati della via Prenestina, cioè la Villa degli imperatori romani della decadenza Gordiano I, che diventò imperatore a 80 anni, Gordiano II e Gordiano III. Però i Gordiani avevano la casa alle Carine o Carene tra la Velia e il Fagutal dalle parti del vicus sceleratus (via Frangipane), così chiamato, perché in quella via Tullia, figlia del re Servio Tullio, passò con il cocchio sopra il cadavere del padre, che schizzò sangue; i Gordiani avevano la casa, che fu di Gneo Pompeo Magno; la casa passò a Marco Antonio, che non la pagò per i suoi meriti militari e politici; qui abitò l'imperatore Tiberio, che era cognato di Antonia minore, figlia di Marco Antonio; quindi la casa esisteva ancora al tempo dei Gordiani.
Alle Carine o Carene si trovava il Tempio della dea Tellus, dove il 17 marzo 44 a.C., due giorni dopo l'assassinio di Giulio Cesare, il console Marco Antonio riunì il senato vicino a casa sua, perché era impraticabile per quella riunione il Tempio della Concordia ai piedi del Campidoglio nel Foro per la presenza sul Campidoglio dei gladiatori di Decimo Giunio Bruto Albino, congiurato. Il Tempio della dea Tellus si trovava in via Vittorino da Feltre.
Alle Carine o Carene si trovava il murus terreus Carinarum, dove era situata la casa dell'imperatore Balbino, di nomina senatoria.
Nella zona si osservano anche il belvedere Antonio Cederna e il clivo di Acilio.
Segue l'elenco di alcune vie o piazze di Roma con il nome delle corrispondenze antiche:
piazza della Consolazione = piazza della Porta Trionfale
via del Corso = via Lata = via Flaminia (da piazza Venezia a Rimini)
via del Buon Consiglio = clivus Orbius
via Frangipane = vicus sceleratus
piazza S. Pietro in Vincoli = clivus Pullius
via delle sette Sale = vicus Curvus
via Vittorino da Feltre = via del Tempio della dea Tellus alle Carine o Carene
via Madonna dé Monti = Argiletum
via Urbana = vicus Patricius
via in Selci = clivus Suburanus
via S. Martino ai Monti = tratto superiore del clivus Suburanus
L' autore ha scelto il seguente epitaffio per la sua tomba: Cecini fastos nefastosque Romae (Cantai i fasti e i nefasti di Roma). In particolare da pagina 11 a 17 con Internet Explorer viene detto perché.
www.cesaregiulio.it e www.angelomummolo.it
ang.mumolo@alice.it
Comunicazione valida dal 1° gennaio 2009.

Detto brevi note sulla tragedia in 5 atti di William Shakespeare intitolata "Giulio Cesare". Ovvero sia: del come ti scrivo una tragedia sulla storia romana antica, pur possedendo poche notizie sull' argomento. Essa non rappresenta la storia di Giulio Cesare, ma la congiura per assassinare Giulio Cesare e la vendetta che ne traggono i triumviri. I due monologhi di Marco Antonio sono stati resi celebri dalla formidabile interpretazione di Marlon Brando. Ma quella tragedia inganna coloro che non conoscono la storia romana, non quelli che la conoscono. L' anatema di Marco Antonio (primo monologo) richiama alla mente la maledizione che Tiresia rivela a Creonte, profetizzandogli tre suicidi di familiari per avere lasciato insepolto il cadavere di Polinice, nella tragedia Antigone di Sofocle.
Ecco i due passi:
Sofocle: «.....non compirai ancora molti giri in corsa col sole, che sarai tu a dare un morto dalle tue viscere in cambio dei cadaveri che hai gettato laggiù.....Per questi tuoi misfatti le Erinni, vendicatrici dell' Ade e degli dei, pazienti a portare rovina, ti tendono un agguato, così che tu sarai preso negli stessi mali che hai dato.....Non passerà molto tempo e sarà lamento di uomini e donne nella tua casa. Sono sconvolte dall' odio contro di te tutte le città, dove cani e fiere e alati uccelli compiono i riti funebri sulle membra lacerate, portando l' empio fetore fin dentro ai focolari. Sì, proprio come un arciere, poiché tu mi hai offeso, queste infallibili frecce scaglio sdegnato contro il tuo cuore e non sfuggirai alla loro fiamma.» (Traduzione di Massimo Cacciari, Einaudi editore, con talune mie aggiunte).
Shakespeare: «.....io scaglio la profezia: una maledizione consumerà le membra degli uomini; lotte intestine furibonde, e una feroce guerra civile strazieranno tutte le regioni d' Italia; sangue e rovine saranno così usuali, e così familiari le scene di orrore, che le madri non potranno che sorridere contemplando i figlioletti dilaniati dall' unghia della guerra; e sarà spenta ogni pietà dall' abitudine al raccapriccio. E l' anima di Cesare, balzata dall' inferno, con Ate al fianco, rovente di vendetta, andrà gridando «Distruzione!» per quelle terre, con voce di re; e scioglierà i molossi della guerra, sicché la puzza di quest' immonda impresa e delle carogne umane imploranti sepoltura, appesterà la terra.» (Traduzione di Cesare Vico Lodovici, Einaudi editore).
Il secondo monologo di Marco Antonio, noto sotto il nome di elogio funebre di Cesare, non corrisponde a quello che effettivamente pronunciò Marco Antonio, che all'inizio di esso non ricevette nessuna contestazione dai Romani, né la poteva ricevere. A dire di Shakespeare, il mantello che Cesare indossava il 15 marzo 44 a.C. (giorno del suo assassinio) lo indossò per la prima volta nell'agosto 57 a.C. (guerra dei Nervi) nel secondo anno della guerra gallica e rassomiglia all'impermeabile di Colombo, perché per 13 anni ininterrotti in guerra e in pace Cesare non ne ha effettuato il ricambio! La perla sul mantello di Cesare è preceduta da un' altra perla, migliore della precedente: «Tutti riconoscete questo mantello.» Come dire: Cesare era un pezzente e uno sozzone, perché non aveva i soldi per acquistare un nuovo mantello e perché non ha mai lavato il solo mantello che aveva!!!!! Shakespeare precisa che Antonio ricordava bene la prima volta, una sera, che Cesare indossò il mantello; e invece ricordava male, perché Antonio parteciperà alla guerra gallica soltanto tre anni dopo, nella primavera del 54 a.C.! Per scrivere che cosa ha fatto Antonio dal 57 a.C. al 54 a.C., carissimo William, vai a leggerti "Le Filippiche" di Marco Tullio Cicerone, così ti farai anche delle matte risate! Poiché comunque la cerimonia d'indossare il mantello è stata nominata, sembra di assistere alla vestizione di Papa Urbano VIII (già cardinale Barberini; detto famoso: «Quello che non fecero i barbari fecero i Barberini!») che prova fastidio per lo scalpiccio e trepestio esterni nella scena XII di "Vita di Galileo" di Bertolt Brecht, con Tino Buazzelli attore, Giorgio Strehler regista, i bambini che cantavano: «Galileo!» e una persona del Teatro Eliseo che applaudiva la compagnia in trasferta da Milano a Roma!!!!! Carissimo William, tu che sei il principe dei drammaturghi, ti pare logico che una sera di estate, al termine della battaglia della Sambre, dopo il sudore accumulato nella giornata afosa, Cesare si sia tolto il precedente mantello e ne abbia indossato uno nuovo inamidato, appena arrivato da Roma, e non piuttosto che abbia fatto un bagno nelle acque della Sambre e si sia riposato in accappatoio e pianelle? Carissimo William, sei al corrente che i Romani facevano le guerre soltanto durante la bella stagione? E allora risolvimi questa equazione algebrica: Cesare fu assassinato durante l' inverno e vinse la guerra dei Nervi in estate; quanto pesava il mantello che Cesare indossò in tutte e due le occasioni? Era di lana o era di lino? Era pesante o era leggero? O Cesare indossava un mantello adatto per tutte le stagioni senza cambiarlo mai, come certi olii delle autovetture? Le fonti parlano di toga e di veste al momento dell'assassinio di Cesare, non di mantello; Appiano (II, 119, 499) afferma che gli assassini si avvolsero i mantelli attorno al braccio (sinistro), ricavandone uno scudo, e uscirono di corsa dalla Curia di Pompeo con le spade stillanti sangue. Poiché il mantello di Cesare fu conquistato dagli Egiziani durante la guerra alessandrina, mentre Cesare raggiungeva a nuoto il Porto Grande, portando in alto fuori dall' acqua nella mano sinistra i Commentari sulla guerra civile, carissimo William, il mantello era quello stesso indossato nella guerra dei Nervi o era la sua controfigura, considerato che sei così documentato in materia di moda e di storia romana antica? Non solo: ma oltre tre secoli dopo hai trascinato sulla via dell' influsso Mirko Jelusich, perché quest' ultimo nel suo romanzo "Caesar", traduzione dal tedesco di G. Prampolini e A. Tenca, Editore Bompiani, Milano, 1931, a pag. 459 - 460, alla vigilia dell' assassinio di Cesare, tira fuori dall' armadio il mantello imbalsamato di Cesare, indossato nella guerra dei Nervi!!!!! Ottaviano, che al momento della cremazione di Cesare si trovava ad Apollonia (Valona) per ragioni militari e che arriverà a Roma un mese e mezzo dopo l'assassinio di Cesare, a dire di Shakespeare, si trovava a Roma nel Foro all'incrocio tra la Nova via e il vicus Vestae per prendere possesso della sua carica di successore di Cesare al posto di Marco Antonio! Colleen McCullough sostiene che Marco Antonio non pronunciò nessun elogio funebre, rifacendosi a Svetonio (Divus Iulius, LXXXIV, 4), il quale riferisce che Marco Antonio come elogio funebre fece leggere dall' araldo i decreti onorifici concessi in onore di Cesare; ma io ritengo che Svetonio abbia sbagliato, omettendo di correggere da «come elogio funebre» a «durante l' elogio funebre». (Vedere Appiano, II, 143 - 148). Lo storico Dione Cassio Cocceiano (Storia romana, XLIV, 35, 4) definisce l'elogio funebre pronunciato da Marco Antonio molto bello, ma inopportuno in quella circostanza, perché Antonio, in presenza dei veterani di Cesare, si rimangiò verbalmente l'amnistia ai congiurati che aveva concesso per iscritto il 17 marzo 44 a.C. (il giorno prima) in senato, dove non entrarono i veterani di Cesare. Non è il caso di riferire la sua versione dell' elogio funebre, perché a quel tempo avevano il pallino dell' oratoria e allo storico non pare vero di aggiungere in quel punto un magnifico sproloquio. Appiano (III, 35, 138 - 139) testimonia che Marco Antonio durante l' elogio funebre si rimangiò verbalmente l' amnistia ai congiurati che aveva concesso per iscritto il giorno prima in senato. Plutarco (Antonio, 14, 6 - 8) così scrive: «Durante il funerale di Cesare avvenne, dunque, che egli - Antonio -, com'era costume, tenesse l'elogio funebre nel foro: vedendo che il popolo era straordinariamente trascinato e commosso dalle sue parole, mescolò alle lodi compianto e insieme orrore per il delitto. Alla fine del discorso, agitando in alto le vesti del defunto, insanguinate e forate dai colpi di spada, e chiamando scellerati e assassini coloro che avevano commesso tale crimine, suscitò nei presenti tale ira, che essi, dopo aver bruciato nel foro il corpo di Cesare su un rogo formato da banchi e tavoli accatastati, corsero alle case degli uccisori e le assalirono con tizzoni ardenti strappati dal rogo.» (Traduzione di Rita Scuderi, BUR). Cicerone (Le Filippiche, II, 36, 90 - 91) così apostrofa Marco Antonio: «.....fosti tu a organizzare in modo scellerato il funerale del tiranno, se di funerale s' è trattato. Tuo fu lo splendido elogio funebre, tuo il compianto, tua l' esortazione; fosti tu, sì, tu, lo ripeto, ad accendere le torce, quelle che mezzo bruciarono il corpo di Cesare e quelle che incendiarono e distrussero la casa di Lucio Bellione; fosti tu a scagliare contro le nostre case gli assalti di teppisti miserabili, schiavi in grandissima parte, che respingemmo a viva forza e con le armi. Nei giorni successivi, invece, dopo esserti per così dire pulito della fuliggine che t' imbrattava, in Campidoglio disponesti i famosi senatoconsulti.....» (Traduzione di Giovanni Bellardi, BUR, e di Bruno Mosca, Mondadori, con talune mie coordinazioni). Ciò considerato, l'elogio funebre fu all'incirca il seguente. Parte di esso Antonio avrebbe dovuto pronunciare, se avesse avuto un carattere differente e se avesse avuto me come consigliere. Peraltro, poiché sono venuto nella determinazione di eliminare notevoli parti in tutti e 5 gli atti della tragedia per ragioni di stringatezza della rappresentazione teatrale, la parte dell' elogio funebre che va dall' inizio fino all' affissione ai Rostri dell' editto contenente i nomi dei congiurati a opera dell' araldo deve intendersi cancellata. Ho eliminato anche più giù la storia della pubblicazione del testamento di Cesare e alla fine la lettura di qualche decreto onorifico. Le stesse parti devono apparire sottolineate nella pubblicazione della tragedia presso l' editore affinché appaia chiaro che dette parti non devono essere recitate a teatro; non è possibile annullarle, perché presso l' editore non ci sono limiti di lunghezza.

Angelo Mummolo
Caio Giulio Cesare Imperatore Parte II
tragedia in 5 atti
atto V scena II

18 marzo 44 a.C. Roma, la piazza del Foro. In fondo il Mons Capitolium con le Scalae Gemoniae e il Tempio di Giunone Moneta a destra e con il Tempio di Giove Ottimo Massimo a sinistra. Ai piedi del Mons Capitolium il Tabularium, il Tempio della Concordia, l'Umbilicus Urbis, l'Ara del dio Vulcano. Sul lato destro la Curia Giulia, la Basilica Emilia con le Tabernae novae o argentariae, il piccolo Sacello di Venere Cloacina, circolare, la Colonna rostrata di Duilio, la Tomba di Romolo. Sul lato sinistro il Tempio di Saturno, la Basilica Giulia, il Tempio dei Dioscuri (Càstore e Pollùce); davanti alla Basilica Giulia il Lacus Curtius, quasi al centro un recinto con la statua di Marsia e alberi sacri (fico, olivo e vite); davanti al Tempio dei Dioscuri la mensa ponderaria e la tribuna oratoria, da cui Giulio Cesare annunciò la famosa legge agraria, come è stato riferito nella parte I atto I scena II. Davanti al Tempio della Concordia e alla Basilica Giulia i Rostri, tribuna per oratori, che prima di Cesare era stata al centro del Foro. Tra i Rostri e la Curia Giulia nei secoli successivi verrà inserito l'Arco di Settimio Severo. Accanto ai Rostri in tempo precedente Marco Antonio aveva ricollocato le statue di Silla e di Pompeo e aveva fatto incidere la relativa iscrizione. Davanti ai Rostri era stata costruita un' edicola aurea, ispirata alle forme del Tempio di Venere Genitrice innalzato nel Foro di Cesare, e in essa era stato collocato un cataletto di avorio coperto di porpora e di oro. Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, suocero di Cesare, fa portare il cadavere di Cesare dalla Domus Publica, la casa di Cesare, ai Rostri, che si trovano entrambi nel Foro. Il cadavere è trascinato a spalle da magistrati in carica e da cittadini che avevano esercitato magistrature, tra cui Marco Antonio, Lucio Marcio Filippo, patrigno di Ottaviano, e Marco Emilio Lepido. Lo scorta una moltitudine infinita di veterani di Cesare, che battono le armi sugli scudi. Coloro che trasportano il feretro lo adagiano sul cataletto. Il console Marco Antonio, preceduto da 12 littori con i fasci, sale sui Rostri e pronuncia l'elogio funebre di Cesare. I fasci sono senza le scuri, trattandosi di sfilata in Roma.

ANTONIO - Siamo convenuti tutti nel Foro per eseguire il funerale di Cesare. A pronunciare l' elogio del defunto sono stato eletto io, sia come console in carica, sia perché, lo sapete tutti, sono stato il più intimo amico di Cesare, sia perché anche io, non lo dimenticate, sono, come Cesare, un componente della Gente Giulia, per via di mia madre: infatti è comune il trisnonno, Sesto Giulio Cesare, tribuno militare nell'anno del consolato di Publio Cornelio Cetego e Marco Bebio Tamfilo, 573 anni dalla fondazione della città, 137 anni or sono. Il funerale durerà tre giorni, dovendosi utilizzare questo giorno, come d' uso, per la rievocazione delle sue imprese. Domani 19 è giorno festivo e non potrà tenersi la cremazione, quindi sarà una giornata di veglia. E dopodomani 20 si procederà alla cremazione: questa, però, non potrà avvenire qui, nel Foro, davanti ai Rostri, dove è stato posto il cataletto, perché questa tribuna è riservata agli oratori e non alla cremazione. Il senato ha deciso nella seduta del giorno 17, cioè ieri, che la cremazione di Cesare deve avvenire nel Campo Marzio, vicino al sepolcro di Giulia, la beneamata figlia di Cesare, dove è stato eretto il rogo. Quindi dopodomani 20 la salma sarà trasportata da qui al Campo Marzio per essere cremata. Coloro che recano doni, poiché un solo giorno non appare sufficiente, sono autorizzati a non osservare alcun ordine particolare e a portarli nel Campo Marzio percorrendo le strade dell'Urbe che vogliono. Oggi avremmo dovuto salutare la partenza di Cesare: egli intendeva portare la guerra ai Parti per recuperare le insegne e i prigionieri persi dal triumviro Marco Licinio Crasso nella sfortunata spedizione contro i Parti di nove anni or sono; per questo aveva mandato innanzi 16 legioni e 10000 cavalieri dall'altra parte del mare ad Apollonia. Senonché uno dei Libri Sibillini conteneva il seguente responso, e l'interprete, il quindecemviro Lucio Aurelio Cotta, l'aveva riferito fin dal luglio dello scorso anno: «I Parti potranno essere vinti se non da un re.» Per questo motivo tre giorni or sono, il giorno 15, Cesare verso l'ora quinta ha lasciato la sua abitazione di Pontefice Massimo, la Domus Publica - la vedo davanti a me giusto alla fine di questa coda di gente -, per recarsi presso la Curia di Pompeo: infatti il senato intendeva nominare Cesare re soltanto per le provincie fuori d'Italia, essendo odioso questo titolo a Roma, come auspicio per la guerra contro Parti. Ma più di 60 congiurati si sono proposti di sabotare il progetto e hanno programmato l'assassinio di Cesare prima dell'inizio della riunione del senato. Di essi soltanto 23 entrano nella Curia di Pompeo - gli altri non ne hanno diritto - e attendono che Cesare si sieda sullo scanno. Caio Cassio Longino, che ha promosso la congiura, anche se è un seguace delle teorie di Epicuro, volge lo sguardo alla statua di Pompeo e invoca l'aiuto dello spirito di Pompeo. Dà il segnale Lucio Tillio Cimbro e con il pretesto di supplicare a Cesare il ritorno del fratello esule Quinto, poiché Cesare rimanda la questione, gli afferra davanti la toga con tutte e due le mani e, tirandola giù dal collo, lo trattiene. «Ma perché esitate, amici?» grida. I congiurati, alcuni disposti dietro la sedia, altri a lato, altri di fronte, subito snudano i pugnali e si lanciano su di lui. Per primo Publio Servilio Casca Longo da dietro punta alla clavicola, ma, turbato, lo ferisce un poco sopra, alla spalla sinistra. Cesare, liberando con forza la toga dalla presa di Lucio Tillio Cimbro, si volta verso Casca, urla: «Scelleratissimo Casca, che fai?», gli afferra il pugnale, lo tiene fermo, trapassa il braccio di Casca con lo stilo che regge nell'altra mano e lo trascina via dal seggio. L' altro si rivolge in lingua greca al fratello: «Caio, aiutami!» In questo momento un altro colpisce Cesare in pieno petto. Mentre Cesare è circondato da tutti ed è teso per il movimento di torsione che sta compiendo, Caio Cassio Longino lo colpisce di traverso in faccia, Caio Servilio Casca Longo nel fianco, Bucoliano alla schiena, Decimo Giunio Bruto Albino lo passa da parte a parte sotto i lombi, tanto che Cesare si volta contro ciascuno di loro e nel frattempo versa sangue in abbondanza. Caio Cassio Longino gli vibra un altro colpo, ma non lo prende e colpisce allo mano Marco Giunio Bruto Cepione, il capo della congiura; anche Marco Giunio Bruto Cepione, a sua volta , colpendo nello stesso tempo, ferisce Caio Cassio Longino. Lucio Minucio Basilo anche lui, nel colpire Cesare, ferisce Rubrio Ruga alla coscia. Ma quando Cesare si accorge che Marco Giunio Bruto Cepione fa parte della congiura, il suo cuore si spezza ed esclama: « Anche tu, Bruto, figlio mio?» E Bruto gli infigge un colpo all'inguine. Allora Cesare, avvolgendo il capo con la toga e tirando il lembo fino ai piedi anche con la parte inferiore del corpo coperta, dopo aver ricevuto 23 pugnalate, e di queste soltanto la seconda mortale, ed emesso un solo gemito, quando gli è stato inferto il primo colpo, senza articolare altro, cade ai piedi della statua di Pompeo, e lì muore. Gli assassini tentano di parlare, ma i senatori scappano e anche gli assassini fuggono, lasciando il cadavere lì dove si trova. Il morto per qualche tempo rimane solo nella Curia, poi quattro attendenti lo mettono nella lettiga, raccolgono da terra un libello che Cesare stringeva nella mano sinistra all'ingresso e che era caduto, e lo depongono pure nella lettiga, trasportano il cadavere con un braccio penzoloni a quella Domus Publica - la vedo davanti a me giusto alla fine di questa coda di gente -, da dove era partito, e lo consegnano alla vedova Calpurnia. Ma, poiché tutti possano vedere il cadavere, come l'ho visto io, e poiché le sue ferite possano parlare a quelli che non sentono la mia voce fin lì in fondo, eccolo qui, questa macchina che rotea vi alza il simulacro di Cesare formato nella cera sul davanti e sul di dietro, guardate in quale modo lo hanno ridotto! E perché lo spettacolo sia completo, guardate, compare quest' altro macchinario, su questa pertica è issata la veste di Cesare, lacerata da 23 colpi inferti e intrisa del sangue che ne è sgorgato a fiotti. (Sbandiera la pertica.) E oltre i nomi che ho enumerato, segnate e tenete a mente, tra quelli entrati nella Curia e quelli rimasti fuori l'elenco si allunga, ed ecco i nomi degli altri congiurati: Gaio Trebonio, Servio Sulpicio Galba, Cecilio, fratello di Bucoliano, Quinto Ligario, Marco Spurio, Sestio Nasone, Lucio Ponzio Aquila, Caio Cassio Parmense, Lucio Cornelio Cinna, Gneo Domizio Enobarbo, il senatore Petronio, Publio Turullio, Pacuvio Antistio Labeone, Sestio Quintilio Varo. (Ripone sul macchinario la pertica che dispiega la veste.) Viene affisso qui ai Rostri l'editto, contenente l'elenco dei congiurati, a uso di quelli in fondo che non possano sentire. (Affigge l'editto o, meglio, in analogia con quanto risulta scritto successivamente a proposito della lettura dei senatoconsulti, dà incarico all'araldo di affiggere l'editto.) I congiurati hanno messo ai voti se dovevano assassinare anche me, intimo amico e devoto di Cesare e suo parente: Cassio era favorevole, Bruto Cepione era contrario. Si è imposto Bruto Cepione, sia che aveva paura della mia forza sia che non mi giudicava un tiranno, e a lui devo la vita. Ma era necessario non farmi entrare in senato: infatti nel momento in cui avrei visto il primo alzare il pugnale contro Cesare, mi sarei buttato sui congiurati - i soli che hanno tentato di difendere Cesare sono stati Gaio Calvisio Sabino e Lucio Marcio Censorino - e i congiurati avrebbero assassinato anche me. Ci ha pensato Gaio Trebonio a trattenermi: avevano infatti l'uomo giusto. Gaio Trebonio e io eravamo grandi amici: abbiamo comandato insieme ad Alesia il campo superiore a sud - ovest della città, dirimpetto al colle dove si era accampata l'armata di soccorso; abbiamo svernato insieme a Nemetocenna nel Belgio l'anno dopo; così abbiamo cementato una grande amicizia. Ha tirato fuori la solita storia che dopo le sofferenze della guerra civile i Romani non sarebbero ritornati vivi dalla guerra contro i Parti - aveva l'alto parere di Marco Tullio Cicerone - e sosteneva che Cesare non dovesse uscire da Roma il 18, oggi, giorno fissato per la sua partenza. Dopo le mie proteste, poiché la tirava per le lunghe e io cominciavo ad arrabbiarmi, quando ha calcolato che era passato il tempo sufficiente, mi ha detto di correre a tapparmi in casa e di evitare i gladiatori di Decimo Giunio Bruto Albino che si aggiravano dalle parti del Teatro di Pompeo, perché Cesare era stato ucciso. Mi sono messo a correre, mi sono disfatto degli abiti di console, mi sono vestito da schiavo e sono sparito di lì. Tre assassini di Cesare, Decimo Giunio Bruto Albino, Gaio Trebonio e Lucio Tillio Cimbro, dopo il funerale, fuggiranno da Roma e andranno a governare le loro provincie: Decimo Giunio Bruto Albino la Gallia Cisalpina, Gaio Trebonio l'Asia Ionica e Lucio Tillio Cimbro la Bitinia e il Ponto. Ma io ti dico, Albino, ovunque ti troverai, o a Milano, o a Piacenza, o a Verona, o a Ravenna, o a Modena, ti verrò a prendere personalmente e ti caccerò da quella terra! Stessa sorte avrete Gaio Trebonio, che mi hai salvato la vita, e Lucio Tillio Cimbro nelle vostre provincie! Il capo della congiura Marco Giunio Bruto Cepione, pretore urbano, e il promotore della congiura Caio Cassio Longino, pretore, immemori dei benefici ricevuti da Cesare, non possono fuggire da Roma, lo vieta loro la costituzione: infatti i pretori non possono allontanarsi da Roma, se non lo consente il console, cioè io, in pratica ho concesso loro gli arresti domiciliari, non c'è avvenire politico per quei due a Roma, e avranno il giusto castigo al momento opportuno. Dopo avere ucciso Cesare, Marco Giunio Bruto Cepione, alzando il pugnale insanguinato, ha gridato: «Cicerone! Cicerone! Cicerone!» Ora, se da un lato, prima dell'assassinio, il vecchio consolare è stato escluso dalla congiura per l' età, dall'altro, compiuto l' assassinio, i congiurati l' hanno fatto entrare nella congiura per crearsi un' autorità! Intendevano programmare per l'anno seguente un secondo consolato di Marco Tullio Cicerone restauratore delle antiche virtù repubblicane? E io vi dico che gli assassini di Cesare sono riusciti a impedire la guerra contro i Parti, ma nulla più hanno ottenuto. I morti di Paleofarsalo qualcuno li doveva pagare e li ha pagati. Se i congiurati pensano che con l'assassinio questo qualcuno ha terminato di pagarli, noi diciamo che non ha finito di pagarli, dato che l'assassinio è il prolungamento dell'opposizione iniziata quando è cessata la guerra gallica. Quello che è stato fatto è stato fatto. Indietro non si ritorna. Io mi auguro che Cesare all'estero non sia più famoso di quanto lo sia in Italia; per questo non lo abbiamo chiamato Caio Giulio Cesare Gallico, come si è fatto con altri comandanti che si sono distinti in altre zone. Infatti in Gallia a Gergovia è stato salvato, qui a Roma l' hanno assassinato. Della guerra gallica voglio ricordare due episodi; primo: la vittoria sugli Elvezi ha vendicato la decapitazione del console Lucio Cassio Longino e il passaggio dei Romani denudati e ricurvi sotto il giogo; secondo: il leale rispetto dei Romani dell'alleanza con gli Edui ha ingrandito l'impero romano. E come posso dimenticare il tradimento della guerra civile da parte dei pompeiani, che ha impedito al nostro impero di curare l' Oriente e di recuperare le insegne e i prigionieri persi dal triumviro Marco Licinio Crasso nella sfortunata spedizione contro i Parti? Anche gli antenati avevano dato tutto a Cesare nato per scoprire le contraddizioni delle cose. Per parte di padre Cesare si ricollegava agli dei immortali, attraverso la nonna paterna Marcia discendeva dai re. Infatti da Anchise e Venere discese Enea, da Enea e Creusa discese Ascanio o Giulio, da Ascanio o Giulio discese Cesare, componente della Gente Giulia, ma i Marzii re, alla cui famiglia apparteneva la nonna paterna Marcia, sono discesi da Anco Marzio. Sono confluiti, dunque, nella sua stirpe, il carattere sacro dei re, che hanno il potere supremo tra gli uomini, e la santità degli dei, da cui gli stessi re dipendono. E come non ricordare quel padre che, durante la prima guerra punica, nell'anno del consolato di Caio Atilio Regolo e Lucio Manlio Vulso Longo, 504 anni dalla fondazione della città, uccise un elefante, e per primo fu chiamato Cesare - infatti in lingua punica Cesare significa elefante -? Quel padre, valido rappresentante delle antiche virtù romane, non immaginava che da lui sarebbe disceso il nostro Cesare, il quale avrebbe reso celebre questo nome in tutto il mondo! Ecco, un macchinario e una pertica compaiono, in essa vi è raffigurato un grande elefante con sopra scritto: CAESAR! Ma la Vestale Maggiore mi ha consegnato il testamento di Cesare - ecco, davanti a me alla fine di questa coda di gente, c' è la casa delle Vestali -. E' successo che i familiari di Cesare ne hanno chiesto la pubblicazione. E' andata così. Ieri, giorno 17, nel Tempio della dea Tellus alle Carene si è riunito il senato - ho scelto quel Tempio per la riunione perché era il più vicino a casa mia alle Carene -, e anche questo è un segno della violenza che i congiurati mi hanno fatto, volevo riunire il senato nel Tempio della Concordia, ai piedi del Campidoglio, alle mie spalle, ma ho avuto paura: in quel momento si trovavano da quelle parti i gladiatori di Decimo Giunio Bruto Albino, che non erano ancora scesi dal Campidoglio. Dunque, la seduta era terminata e i senatori si accingevano a uscire, quando si è fatto avanti Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, l'ex - console, il suocero di Cesare, per chiedere il funerale pubblico di Cesare e la pubblicazione del suo testamento. Allora i senatori si sono riuniti di nuovo e tra minacce e diverbi hanno approvato le richieste di Pisone. Eccolo qui il testamento, adesso ve lo leggo, e prestate attenzione, perché c' è un lascito per tutti voi. Prima di tutto vi faccio presente che nel testamento Cesare ha adottato come suo figlio il pronipote Ottaviano. E, poiché lo scorso anno, dopo la vittoria in Spagna, il senato decretò che a Cesare fosse attribuito il titolo di «imperator», e che portassero questo titolo anche i suoi figli, salutiamo, dunque, tutti Ottaviano «imperator», quel ragazzo di diciannove anni che Cesare ha mandato ad Apollonia a fare il servizio militare tra le legioni delegate alla guerra contro i Parti con il grado di comandante della cavalleria. Lascia a ogni cittadino che è ancora in città un legato di trecento sesterzi e inoltre, per uso pubblico, i suoi giardini vicino al Tevere, le statue e i dipinti. Lascia il suo patrimonio al pronipote Ottaviano per tre quarti e ai nipoti fratellastri Lucio Pinario e Quinto Pedio per l'altro quarto. Come secondi eredi, nel caso i primi non accettano, ha nominato me e Decimo Giunio Bruto Albino, quello stesso che lo ha assassinato. Segue la lettura dei senatoconsulti, con cui sono stati conferiti a Cesare, a un tempo, tutti gli onori umani e divini, parte già approvati in passato, parte da approvare nei prossimi giorni.
(Come è scritto in uno dei capitoli successivi intitolato "Fatti storici", non Marco Antonio, ma l'araldo srotolò una pergamena e lesse i decreti in onore di Cesare che seguono e che sono riportati tra le due virgolette iniziali e finali. In ogni caso Marco Antonio pronuncia gli ultimi due periodi, con i quali conclude l'elogio funebre.)
«Decretiamo che per Cesare vengono attribuiti 50 giorni di supplicazioni in commemorazione della sua morte, come li abbiamo concessi in occasione di vittorie e di trionfi.
Il 13 luglio si celebri il suo giorno natalizio con rami di alloro e con cerimonie. E poiché in quel giorno cadono anche i Ludi Apollinari e poiché uno dei Libri Sibillini vieta che in quel giorno si faccia festa in onore di qualche altro dio all'infuori di Apollo, si dispone che la festa per Cesare sia anticipata al giorno precedente, il 12 luglio.
Il settimo mese dell'anno, che vide la sua nascita, non si chiami più Quintile, ma Luglio
in suo onore.
All'espressione «calendario», che lui riformò, adeguandolo non più all'osservazione della luna, ma a quella del sole, sia aggiunto l'attributo che si tratta di «calendario giuliano», e che l'anno della sua riforma, quello del consolato di Caio Giulio Cesare e di Marco Emilio Lepido, 708 anni dalla fondazione della città, venga chiamato «annus confusionis ultimus».
Al sacerdote flamine Diale, addetto al culto di Giove, al sacerdote flamine Marziale, addetto al culto di Marte, al sacerdote flamine Quirinale, addetto al culto di Quirino, sia aggiunto il sacerdote flamine Giulio, addetto al culto di Cesare.
Nei processi i giuramenti siano resi nel nome di Cesare.
Che gli venga attribuito il titolo di Padre della Patria e che tale attributo sia inciso sulle monete, una sua statua sia posta sul Campidoglio, accanto a quella degli antichi re, sopra una rappresentazione del mondo, un' altra nel Tempio di Quirino, un' altra nel Foro accanto ai Rostri, e nelle corse dei cocchi la sua statua sia portata in processione insieme a quella di Venere.
Il suo cocchio sia posto sul Campidoglio di fronte alla statua di Giove.
Ogni anno si celebri l'anniversario delle sue vittorie sui nemici, che la nuova sede del senato nel Foro si chiami «Giulia».
Gli viene concesso il diritto di essere sepolto dentro il pomerio: il decreto riguardante questo onore, inciso in lettere di oro su una stele d' argento, viene collocato ai piedi della statua di Giove Capitolino.
Nefasto sia dichiarato il giorno del suo assassinio, non sia lecito riunire il senato in tale data, murato l'ingresso del senato, chiuso il locale, dove è avvenuto l'assassinio, giorno del parricidio sia chiamato il 15 marzo.
Dinanzi al luogo dove sarà cremato si innalzi una colonna onoraria e su di essa venga incisa l'iscrizione «Al Padre della Patria». Un primo altare sorga nello stesso punto in cui verrà posta la pira. Poi nello stesso luogo un tempio sarà costruito e dedicato a lui. Nessun uomo che si rifugerà nel suo tempio per motivi di sicurezza sia bandito e mandato via.»
Quanto ai suoi successori, tutti d' ora in avanti si chiameranno «CESARE»!
Lui soltanto d' ora in avanti sarà chiamato «IL DIVINO DELLA GENTE GIULIA»!
(Marco Emilio Lepido e Lucio Marcio Filippo si congratulano con Marco Antonio per l'elogio funebre che giudicano magnifico.)

William Shakespeare non poteva prendere ad argomento gli anni dal 60 a.C. al 20 marzo 44 a.C. della storia romana antica, perché non aveva conoscenza imponente sugli stessi. Io ho riempito cinque armadi di libri sulla storia romana antica per potere scrivere le due tragedie. Perciò continuo a enumerare i fatti non veri contenuti nella tragedia di Shakespeare. Nell' atto I scena I Cesare celebra i trionfi (fine agosto 46 a.C. per 10 giorni e primi di ottobre 45 a.C.) nello stesso giorno in cui celebra la festa dei Lupercali (15 febbraio 44 a.C.), per cui Marco Antonio nello stesso giorno prima sfila da ufficiale e poi sfila nudo, secondo gli attacchi di Marco Tullio Cicerone contenuti nelle "Filippiche"! Nell' atto I scena II Cesare invita Marco Antonio nudo a toccare nella sua corsa sacrale Calpurnia, moglie di Cesare, per liberarla dalla maledizione della sua sterilità: poiché il 13 settembre 45 a.C., cinque mesi prima, Cesare aveva adottato come figlio con testamento redatto nella villa di Labicum il pronipote Ottaviano di 18 anni, che necessità c' era per Cesare, nell' economia della tragedia, di desiderare un altro figlio, neonato? Nell' atto I scena II Caio Cassio Longino racconta che Cesare gli propose di effettuare una gara di nuoto nel Tevere in una giornata rigida e ventosa e di averlo soccorso, mentre Cesare affogava. In realtà le cose andarono diversamente. Mentre Cesare attraversava l' Ellesponto dopo la battaglia di Paleofarsalo in direzione dell' Egitto, tale Lucio Cassio, sconosciuto ufficiale di Pompeo, che comandava 10 triremi, fu accolto, supplice, da Cesare, che si trovava con una flotta insufficiente, mentre poteva affondarlo. (Dio., XLII, 6, 2; Svet., Caes., 63; App., II, 88, 370 e 111, 464, che confonde lo sconosciuto Lucio Cassio con l' omonimo Caio Cassio Longino, il futuro uccisore di Cesare.) Nell' atto II scena II Cesare saluta Caio Ligario, chiamandolo per nome e cognome, commettendo un errore imputabile alla fonte, Plutarco (Vita di Bruto, 11), che attribuisce erroneamente a Ligario il nome Caio e non Quinto, quello vero. Nell' atto III scena I il senato si riunisce al Campidoglio, dove Cesare viene ucciso. (Ma la statua di Pompeo, presso cui Cesare muore, dove si trovava?) In realtà la seduta del senato avvenne nel Campo Marzio, in un' esedra del Portico di Pompeo, presso la Curia di Pompeo, e non al Campidoglio. Cassio e Bruto Cepione, compiuto l' assassinio, avrebbero contato il numero delle recite della stessa scena a teatro; invece Bruto Cepione, in particolare, gridò: «Cicerone! Cicerone! Cicerone!» Nell' atto III scena II Bruto Cepione avrebbe parlato dai Rostri per motivare il suo gesto; in realtà non vi restò a lungo, perché i Romani lo cacciarono, e Bruto Cepione fuggì sul Campidoglio. Marco Antonio porta il cadavere di Cesare: invece, nella realtà, Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, suocero di Cesare, fece trasportare il cadavere di Cesare, questo era trascinato a spalle da magistrati in carica e da cittadini che avevano esercitato magistrature e, soprattutto, il cadavere era scortato dai soldati di Cesare, che battevano le armi sugli scudi, ordinando così a Marco Antonio di non sconfessare Cesare, il suo partito e i suoi soldati nell' elogio funebre di Cesare che si accingeva a pronunciare. Nell' atto IV scena I Antonio manda alla casa di Cesare il triumviro e Pontefice Massimo Marco Emilio Lepido, in qualità di fattorino (!!!!!), a prendere il testamento di Cesare, perché Antonio lo deve falsificare in relazione ai legati troppo onerosi disposti da Cesare a favore dei Romani. Che Antonio fosse tipo da falsificare il testamento non ci sono dubbi (vedere per caso analogo Cicerone, Le Filippiche, II, 16, 40 - 42; 25, 62), ma lui non c' entrava per niente con il testamento e gli conveniva che fosse eseguito e non falsificato. Infatti Ottaviano, l' erede di Cesare, per pagare i legati di Cesare ai Romani, vendette l' eredità ricevuta da lui e dai suoi procugini coeredi, e per compiere questa operazione impiegò molto tempo, rinviando al dopo le questioni militari. In tutto questo periodo Antonio, in qualità di console, sia pure di console a scadenza, fece il bello e il cattivo tempo. I guai per lui cominciarono, quando Ottaviano, con i soldi delle vendite, pagò i legati di Cesare ai Romani, ma arruolò pure due legioni in Campania, mal equipaggiate, ma pur sempre legioni. In quel mentre arrivarono a Roma due delle legioni che avrebbero dovuto essere utilizzate per la guerra contro i Parti, e si ammutinarono, passando da Antonio a Ottaviano. Alle quattro legioni Ottaviano aggiunse una quinta arruolata a Ravenna e dintorni; per questo Antonio toccò il fondo, da cui si risollevò con il famoso triumvirato, preludio della sua estromissione. La litigata tra Cassio e Bruto Cepione dell' atto IV scena III fu sedata non dal poetastro, ma da Marco Favonio, un personaggio cinico che tirava fuori battute comiche in momenti tragici. Questi entrò di prepotenza nella tenda di Bruto Cepione, dove si svolgeva la litigata, e si mise a recitare in lingua greca il pezzo del libro I dell' Iliade di Omero, dove il vecchio Nestore si alza per mettere pace tra Agamennone e Achille. Cassio si mise a ridere a crepapelle, ma Bruto Cepione cacciò Marco Favonio fuori dalla tenda, chiamandolo in lingua greca con un gioco di parole difficile da esprimere in lingua italiana «vero cane e falso cinico». Dopo ci fu la cena di riconciliazione, alla quale Bruto Cepione non invitò Marco Favonio. Ma questi arrivò appena uscito dal bagno, che precedeva la cena. Bruto Cepione protestò e gli assegnò il posto peggiore, quello all' estrema destra, ma Marco Favonio di prepotenza si prese il posto migliore, quello di centro (Plutarco, Vita di Bruto, 34). Un ' altra volta Marco Favonio accusò Pompeo di aspirare alla tirannide, perché gli aveva impedito di assaporare i fichi di Tuscolo!!!!! (Plutarco, Vita di Cesare, 41). Shakespeare non poteva far diventare la tragedia una farsa con l'ingresso di Marco Favonio (e dopo a Bruto Cepione apparirà lo spettro di Cesare), tuttavia è stato opportuno riferire l' episodio. Infine la tragedia (atto V scena V) anche qui si conclude nelle parole di Antonio con il panegirico che risolve tutto: "Fu, Bruto, il più nobile romano fra tutti i congiurati. Tutti gli altri agirono per odio contro Cesare. Lui solo, onesto nel suo pensiero, unicamente per l' interesse pubblico ed il bene comune si unì a loro. Fu di nobile vita; e furono in lui così armonicamente commisti gli elementi naturali, che la Natura può levarsi e dire all' universo: «Questo fu un uomo»." (Traduzione di Cesare Vico Lodovici, Einaudi editore). Le cose stavano diversamente. In realtà Bruto Cepione era un usuraio che richiese l' interesse del 4 per cento al mese, cioè del 48 per cento annuo, invece dell' 1 per cento al mese, cioè del 12 per cento annuo, già pur elevato, tanto che, nell' esigere il suo credito, fece morire di fame 5 consiglieri di Salamina di Cipro. (Cicerone, Epistole ad Attico, V, 21, 10, 11, 12, 13; VI, 1, 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7). La tragedia riferisce certe cose, ma non riferisce certe altre. Nel 12 a.C. Augusto diventò Pontefice Massimo, l' anno dopo che morì Marco Emilio Lepido, che ne deteneva la carica, e riprese l' argomento della profezia sibillina, riferita sopra, causa dell' assassinio di Giulio Cesare, ignorata da Shakespeare: «I Parti potranno essere vinti se non da un re.» Secondo alcuni Augusto riprese l' argomento in un periodo precedente. La profezia fu attaccata anche da Marco Tullio Cicerone (De Divinatione, II, 110, 112). Augusto mandò al rogo i testi profetici sospetti, compresa una parte dei Libri Sibillini, e trasferì la parte salvata dal Tempio di Giove Capitolino a quello di Apollo sul Palatino, dove fu rinchiusa in due teche dorate. (Svetonio, Divus Augustus, XXXI, 1; Tacito, Annales, VI, 12). Si può pensare che Augusto mandasse al rogo pure la parte che conteneva la profezia sibillina relativa alla guerra contro i Parti. Se non l' avesse fatto, Traiano, che fece e vinse la guerra contro i Parti, improduttiva, avrebbe obiettato al quindecemviro: «Abbiamo assassinato il primo Cesare con la profezia: vogliamo assassinare anche il quattordicesimo Cesare con la profezia?» Bisogna tenere presente quello che Shakespeare ha detto, indipendentemente dal titolo dato alla tragedia. Egli intendeva riferirsi in realtà al successore di Cesare. E' stato ritenuto che Shakespeare con la sua tragedia pensasse alla regina Elisabetta, perché la stessa non aveva ancora nominato il successore. Il senso della sua tragedia è: la rivoluzione operata da Cesare ha carattere irreversibile; per ragioni di opportunità non è possibile ritornare indietro. Morto Cesare, se ne fa un altro. Ma perché? Questo William Shakespeare non lo dice. Lo spiego invece io nelle due tragedie nominate sopra. Dico meglio: William Shakespeare non ha scritto nessuna tragedia su Cesare, ma ha scritto una tragedia che ha come protagonista Marco Giunio Bruto Cepione, il capo della congiura per assassinare Cesare. Sotto questo aspetto si tratta di una vera tragedia, perché il protagonista lotta contro forze più potenti di lui e alla fine soccombe. Però Shakespeare non ha potuto dare alla tragedia il nome di "Marco Giunio Bruto Cepione", perché altrimenti il pubblico non sarebbe andato a teatro a vedere la tragedia e in libreria ad acquistare il testo del libro, e perciò è stato costretto a intitolare la tragedia "Giulio Cesare". Se la tragedia fosse stata intitolata "Marco Giunio Bruto", forse qualcuno sarebbe andato a teatro a vederla e in libreria ad acquistare il testo del libro, ma, se al titolo fosse stato aggiunto "Cepione", sicuramente nessuno ci sarebbe andato, perché "Cepione" è un nome oscuro. Ora bisogna effettuare una operazione di rinomina e attribuire alla tragedia il nome che le spetta: "Marco Giunio Bruto Cepione". Carissimo William, io ti ringrazio per avere fatto da battistrada all' argomento. Ma è ora che venga rappresentato chi sia stato Giulio Cesare.

SINOSSI DELLE OPERE

1. Caio Giulio Cesare Completamento Della Guerra Gallica Di Angelo Mummolo, testo latino a fronte di ............
Al tempo dell' imperatore Augusto i Commentari sulla Guerra Gallica e sulla Guerra Civile di Giulio Cesare si leggevano in continuazione come un solo libro. Oggi non è così, perché è andata perduta la parte finale dei Commentari sulla Guerra Gallica. Io ho ricostruito e realizzato la parte finale. Inoltre, consultando tutte le edizioni dei Commentari di Giulio Cesare nella Biblioteca Nazionale Sagarriga Visconti Volpe di Bari (una settantina), ho riscoperto «quattro parole» originali dimenticate della parte mancante, cioè «.....quadam utraque die futurum.....»: sono indicate in calce a VIII, 55 nelle edizioni dei Commentari del 1809, à Paris, e del 1818, Augustae Taurinorum, e le ha trovate in un codice il filologo Franz Van Oudendorp nel preparare l'edizione olandese dei Commentari. Inoltre ho scoperto che Cesare scrisse i "Commentari sulla Guerra Civile" non in 3 libri, come pubblicato oggi, ma in 2 libri, facendo parte di un solo libro i primi due libri, come risulta dal Codex Mediceus Laurentianus Asburnhamensis 33 e dal Codex Londinensis Musaei Britannici Additional Ms. 10084, nominati rispettivamente con le lettere convenzionali maiuscole S ed L. Il primo libro, inteso nella sua forma originaria e non nella arbitraria suddivisione attuale in due libri, narra gli avvenimenti accaduti in un intero anno, il 49 a.C., e contiene la descrizione di un capolavoro di diplomazia che permise a Cesare di recuperare l' Italia e la Spagna di Pompeo senza versare una sola goccia di sangue. E non c' è solo questo nella mia opera, ma si trovano altri argomenti: le notizie sulla Villa dei Papiri a Ercolano, dove si trova nascosta l' ultima speranza di ritrovare la parte perduta dei Commentari sulla Guerra Gallica; i dati del «Corpus Caesarianum»; una disquisizione sui Commentari IX, X, XI, XII, XIII; una dissertazione sui XIII Commentari; gli autori dei Commentari; osservazioni sugli otto Commentari della Guerra Gallica; individuazione delle legioni di Cesare utilizzate nelle varie campagne militari della Guerra Gallica; gli avvenimenti narrati nel Completamento dell' VIII libro della Guerra Gallica disposti in ordine cronologico; ipotesi di individuazione delle legioni di Cesare utilizzate nelle varie campagne militari narrate nei XIII Commentari (in materia di esercito l' imperatore Augusto, un anno e quattro mesi prima di morire, consegnò alle Vestali un rotolo contenente l' elenco delle sue legioni); la storia cronologica delle legioni di Cesare; gli assassini di Cesare; il luogo dell' assassinio di Cesare; un' imponente bibliografia; auspicio; assonanza di nomi; il testo del Completamento ripetuto con evidenze; le fonti latine delle evidenze per la traduzione in lingua latina.
Concludendo con le scoperte, aggiungo che l'espressione "vis comica" deriva da sei esametri di Cesare, conservati da Svetonio, che elogiano il drammaturgo Terenzio, definito "Menandro numero 2".
Anche l'espressione "De gustibus non disputandun est" fu pronunciata da Cesare.

2. Caio Giulio Cesare Imperatore Parte I, versione integrale, tragedia in 5 atti.

Sinossi: omissis.

3. Caio Giulio Cesare Imperatore Parte II, versione integrale, tragedia in 5 atti.

Sinossi: omissis.

4. Trilogia Delle Borgate Parte I - Quattro Giorni In Villa, dramma storico in 5 atti.

Il dramma si svolge da sabato 4 luglio 1959 a martedì 7 luglio 1959. Martina, una ragazzina di circa 14 anni, che è uno spasso a sentirla, vive nell' estrema periferia degradata in una di quelle borgate costruite dal fascismo intorno a Roma, dove furono trasferiti quegli abitanti delle costruzioni abbattute nel centro per isolare ed evidenziare i monumenti dell' impero romano. Quel sabato pomeriggio Martina si reca in centro a fare una passeggiata, ma ritorna tardi per la cena. Sta per rientrare in casa preoccupata, quando sente la madre dalla finestra inveire contro di lei. Allora non rincasa e passa la notte nella vicina Villa degli imperatori romani Gordiano I, Gordiano II e Gordiano III. Nella Villa rimane, cibandosi di frutta raccolta dagli alberi, fino al lunedì pomeriggio, quando avvicina un ragazzo del suo quartiere, suo conoscente, di cui è innamorata, Guido, che si aggirava nella Villa a caccia di uccelli. Guido si dirige a casa sua per portarle la cena, ma Martina si fa scoprire dal fattore. La ragazzina e il ragazzo passano insieme nella Villa la notte e il giorno dopo fino al pomeriggio inoltrato, quando i Carabinieri li scoprono. Martina si rifiuta di ritornare a casa e viene ospitata quella sera nel convento delle Suore Adoratrici del Preziosissimo Sangue, il ragazzo invece viene rinchiuso nel carcere di Regina Coeli per ratto di minore e violenza carnale nei confronti della ragazzina, dato che questa ha meno di 14 anni. Giovedì 20 gennaio 1966, sei anni e mezzo dopo, i Carabinieri si recano all' abitazione di Guido e lo mettono in prigione, perché deve scontare una condanna ad anni due e giorni dieci di reclusione per ratto di minore e violenza carnale nei confronti di Martina, ma l' ordine di arresto non doveva essere emesso, perché nel frattempo i due giovani si erano sposati. Due anni dopo Martina abbandona Guido e i tre figli per scarsa espansività del marito e da due mesi non dà notizie di sé alla famiglia.
E' un feroce dramma o una feroce tragedia contro l' emarginazione della periferia di Roma relativamente all' anno 1959; a quell' anno, nella immediata periferia di Roma e oltre, alle borgate ufficiali o rapidissime si aggiunsero oltre 100 borgate spontanee o abusive costruite senza i servizi con l' inganno. (Vedere su questo argomento Giovanni Berlinguer - Piero Della Seta, Borgate di Roma, Editori Riuniti, Roma, agosto 1960, pag. da 93 a 104).
Ma oggi che ci troviamo nel 2011 com' è la periferia di Roma? Procedo a tentoni nell' elencare le conoscenze seguenti, non vivendo a Roma.
----Innanzi tutto "Il Messaggero di Roma" del 7 febbraio 2011 e "La Gazzetta del Mezzogiorno di Bari" dell' 8 febbraio 2011 comunicano che il 21 gennaio 1995 a Milano in campo nomade morirono quattro bambini slavi tra i 7 mesi e i 4 anni nell' esplosione della loro roulotte in cui dormivano.
----Il 30 ottobre 2007 c' è stato a Roma l' assassinio di quella signora di Tor di Quinto, Giovanna Reggiani, che ha percorso una strada isolata (via Camposampiero) con conseguente abbattimento di baracche. Anche la protagonista del mio dramma ha percorso strade solitarie: le è andata bene la prima volta e la seconda volta, ma la terza volta? Il dramma infatti si chiude con un punto interrogativo: può essere terminato dramma, ma può essere diventato tragedia.
----"La Gazzetta del Mezzogiorno" di Bari del 27 dicembre 2008 riporta la notizia della morte di due persone, Dorina di 32 anni e suo figlio Daniel di 3, avvenuta la mattina del giorno prima, per l' incendio della baracca di legno e plastica dove vivevano nella pineta di Castelfusano, il polmone verde di Roma che si estende fino al mare. Vennero trovati abbracciati in un vano tentativo di fuga. Il giornale racconta la storia dei fatti sulla stessa pineta:
con la morte delle due persone si è scoperto che nella baraccopoli della pineta di Castelfusano ci vivevano circa 400 disperati, accampati in giacigli fatiscenti e pericolosi;
verso le ore 16,00 del 23 dicembre 2008: nella stessa pineta un uomo scopre un cranio, due femori e una clavicola sparsi in un' area di circa 30 metri quadrati, a ridosso di via di Villa di Plinio, non lontano da Casal Palocco; accanto allo scheletro anche un telefono cellulare con la SIM ancora inserita e una bicicletta; si trattava dei resti di un ragazzo di 23 anni, romeno, Valentino Vasile Gadioi, la cui scomparsa era stata denunciata il precedente 25 giugno dalla sorella;
nel 2000 la stessa pineta fu colpita da un incendio che ne distrusse 260 ettari e ridusse in cenere alberi secolari, donde seguirono vigilanza e sgomberi sugli insediamenti abusivi;
nel 2005 dopo un altro rogo si scoprirono nella stessa pineta nuovamente le baracche con seguito di controlli e riunioni;
nell' estate del 2008 sono avvenuti incendi e focolai dolosi nella stessa pineta con conseguenti disposizioni di controllo solo per il periodo estivo;
entro l' estate 2009 tutte le baracche della pineta saranno rimosse;
entro la stessa estate 2009 i romani potranno ritornare a fare i pic-nic nella pineta, come avveniva negli anni 1960.
Lo stesso giornale dello stesso giorno riepiloga anche fatti sullo stesso argomento accaduti in altre città:
19 ottobre 2000: Firenze; nel campo nomadi "Il poderaccio" Silvana Haliti, 5 anni e mezzo, kosovara, muore nel sonno per un incendio scoppiato nella baracca dove viveva con la famiglia;
2 gennaio 2007: Orta di Atella (Caserta); un incendio uccide una ragazza di 15 anni e il convivente di 16 in un campo nomadi;
27 marzo 2007: Follonica (Grosseto); una bambina rom di cinque mesi, Marika, muore carbonizzata incastrata tra le fiamme di una catasta di plastica in una baracca di fortuna;
11 agosto 2007: Livorno; quattro bambini dai 4 ai 12 anni, tutti di etnia rom, muoiono avvolti dalle fiamme scoppiate nella loro baracca di legno e lamiera nascosta sotto un cavalcavia della periferia della città.
----Qualche anno fa la televisione trasmise in retrospettiva la storia del delitto di Primavalle accaduto a Roma moltissimi anni or sono.
----Trascrivo da "Prove Aperte", aprile 2008, n. 153, articolo di Marcello Albanesi, pag. 64: «Parlare di periferia di una grande città come Roma può suscitare diverse e contrastanti emozioni. Per antonomasia le periferie sono degli autentici non-luoghi; dei posti spesso non proprio accoglienti, abbandonati dall' uomo e (verrebbe da aggiungere) da Dio. Eppure esistono. Spesse volte laggiù non c' è assolutamente nulla. Casermoni infiniti, spesso così brutti che ci si chiede se mai i costruttori ci avrebbero davvero abitato in luoghi così inospitali. Eppure ci sono. Sembrano entità astratte, virtuali, ma non è così.»
----"La Gazzetta del Mezzogiorno" di Bari del 18 maggio 2008 riporta le parole pronunciate dall' europarlamentare di etnia rom Viktoria Mohacsi durante una visita al più grande campo nomadi di Roma, il Casilino 900: «La situazione dei rom in Italia è orribile. E' incredibile che in un paese democratico ci siano persone che vivono senza diritti e senza documenti anche se sono qui da 40 anni.»
----Lo stesso giornale dello stesso giorno in altra pagina parla del film "Linha de passe" del regista brasiliano Walter Salles e della città di San Paolo del Brasile, «20 milioni di abitanti, 200 km di traffico», e riporta la testimonianza di Daniela Thomas, che per 20 anni ha vissuto a San Paolo e che definisce la città «il sesto protagonista del film, una metropoli che dà il senso della fine del mondo, in cui non c' è niente se non immense periferie, sottopassi, autobus pieni, favelas».
----Si è sentito parlare in Francia delle banlieues di Parigi.
----La scrittrice francese, di origine algerina, Faiza Guene ha pubblicato Kif Kif domani, un diario scritto in prima persona, Alheme quasi francese, altro monologo al femminile, Les gens du Balto, romanzo giallo, sulla banlieue, la sua gente, i suoi problemi, il suo linguaggio. In questo terzo romanzo un giorno Joel, il proprietario del Bar - Tabacchi «Balto», un «vecchio perverso», viene ritrovato nel suo locale, nudo, con un pugnale nello stomaco. E così i frequentatori del Bar - Tabacchi sfilano davanti al commissario di polizia, ma il thriller è soltanto un pretesto per parlare della banlieue, della sua gente, della disoccupazione, del razzismo. (Vedere su questo riferimento "La Gazzetta del Mezzogiorno" di Bari di venerdì 12 settembre 2008 pag. 40).
----Trascrivo da Italo Insolera, Roma moderna, Un secolo di storia urbanistica 1870 - 1970, Giulio Einaudi editore, Torino, 1963, ristampa 1993 e 2001, pag. 138 e 139: «A partire dal 1954 la borgata San Basilio è stata progressivamente demolita.....La demolizione della borgata Gordiani è iniziata nel 1959, ma si è protratta per circa 20 anni.»
----"La Gazzetta del Mezzogiorno" di Bari del 29 dicembre 2009 riferisce che nella notte tra il giorno 27 e 28 dicembre 2009 una ragazza romena di 18 anni, Andreia, mentre dormiva in una baracca, a Roma, è morta carbonizzata per l' incendio causato probabilmente dalla caduta di un contenitore di metallo colmo di alcool, che lei utilizzava per riscaldarsi e per cucinare; la baracca si trovava in una stradina sterrata sulla via Ardeatina 630; la ragazza viveva insieme al suo fidanzato; la baracca faceva parte di un microaccampamento ubicato su un fosso in un terreno privato, dove fino al giorno 28 vivevano 10 romeni, 6 uomini e 4 donne; in questa zona la Polizia Municipale è intervenuta quattro volte, ma le baracche abbattute si sono riformate; dopo il nuovo fatto sono seguiti abbattimento e pulizia.
----"La Gazzetta del Mezzogiorno" di Bari del 14 marzo 2010 pag. 10 comunica che un nomade di 13 anni, Emil Enea, è morto carbonizzato intorno alle tre di notte nell' incendio di una baracca a Milano nel campo nomadi di via Caio Mario: l' incendio è stato probabilmente innescato da una stufa a legna, l' unico mezzo per riscaldarsi; nel campo nomadi, insieme a Emil Enea e ai suoi parenti, vivevano 20 famiglie.
----Lo stesso giornale dello stesso giorno nella stessa pagina pubblica che una ragazzina di 13 anni, soprannominata Kali, per la sua bravura nel rubare è stata venduta nel settembre precedente a Trieste per 200.000 Euro dai suoi genitori, due rom croati, a una coppia di connazionali della stessa etnia, ospiti del campo nomadi di Corezzola (Padova), che intendevano utilizzarla perché fosse compiuto lo stesso reato.
----Sul sito www.romanotizie.it del 9 febbraio 2010 risulta che all' una dello stesso giorno il XVII Gruppo della Polizia Municipale a Roma ha effettuato una operazione di sgombero e bonifica degli insediamenti abusivi - quarto intervento in dieci mesi - all' interno del Parco naturale di Monte Mario: nel quarto intervento sono stati scoperti circa 20 ricoveri di fortuna abitati da 34 uomini e 16 donne dell' est dell' Europa (Polonia e Romania).
----"La Gazzetta del Mezzogiorno" di Bari del 16 febbraio 2010 comunica che il Casilino 900, il campo nomadi più grande di Europa, che da 40 anni sorgeva a Roma tra la via Casilina e la Palmiro Togliatti, è stato abbattuto e chiuso; i prossimi campi a essere chiusi saranno Tor dé Cenci e La Martora, poi toccherà a quelli di Baiardo (XX Municipio), Foro Italico (II), Monachina (XVIII), Arco di Travertino (IX), Spellanzon (V) e Settechiese (XI) per un totale di 6.000 rom ricollocati in campi attrezzati.
----"La Gazzetta del Mezzogiorno" di Bari del 28 agosto 2010 pag. 5 pubblica che un bambino rom di tre anni, Marius Firu, è morto carbonizzato in pochi minuti per l' incendio di una baracca di legno divampato all' 1,30 nella notte tra il 26 e il 27 precedenti e probabilmente causato dalle candele accese per difendersi dai topi a Roma nel campo abusivo di via Morselli alla Magliana Vecchia; il fratellino Marco Giovanni di tre mesi ha riportato ustioni di 2° e 3° grado su oltre il 40% del corpo. Nel campo quattro baracche sono andate in cenere in venti minuti. I genitori, Marian Firu ed Emilia Parinescu, di 23 e 21 anni, si erano trasferiti da Brescia in quel campo da poco. Le altre 30 baracche, costruite cinque anni fa in un' area privata non messa in sicurezza, sono state smantellate, e tutti i 38 nuclei familiari individuati per un totale di 74 persone, di cui 57 maggiorenni e 17 minorenni, sgomberati. Di questi, 41 hanno accettato l' assistenza per un alloggio temporaneo nelle strutture del Comune in via Salaria. L' episodio ha fatto emergere anche un giro di racket delle baracche e della prostituzione gestito da romeni: il prezzo si aggirava intorno ai 200 Euro al mese per costruire una baracca di 20 metri quadrati, mentre venivano pagati 20 - 30 Euro al mese per un posto dove dormire solo con un cartone. XY, romeno di 39 anni, arrestato nel 2003 e condannato per estorsione, peraltro accreditato da alcuni membri della comunità come loro rappresentante, agitava una spada, una scimitarra o un bastone, distruggendo la baracca delle sue vittime, se non pagavano.
----"Il Messaggero di Roma" del 7 e 8 febbraio 2011 riporta che il 6 febbraio 2011 alle ore 20,30 circa a Roma vicino al Parco di Tor Fiscale, incastonato tra il quartiere di Cinecittà e la via Appia Nuova all' altezza del civico 803, nel IX Municipio, nella periferia sud - est, sono morti carbonizzati forse nel sonno all' interno di una baracca in un insediamento abusivo nato tra i rovi di un campo abbandonato quattro fratellini di cognome Mircea, Raul di 4 anni, Fernando di 7, Patrizia di 8 e Sebastian di 11, per l' incendio della baracca causato da un tizzone ancora ardente all' interno di un braciere, utilizzato per riscaldare l' ambiente. I bambini erano stati lasciati soli mentre dormivano: la madre, Elena Moldovan, di 43 anni, aveva preso l' autobus ed era scesa al vicino quartiere di Colli Albani ad acquistare qualche panino al fast food per la cena dei suoi piccoli; una delle figlie, di 11 anni, si era allontanata per andare a prendere l' acqua. La famiglia, composta da 10 persone, proveniva dalla Romania. Il giudice ha aperto un procedimento penale per abbandono di minori. Il micro - accampamento abusivo era stato già censito a dicembre dalla questura. La famiglia era stata già allontanata due volte al Parco della Caffarella dalla polizia municipale. Nell' area c' erano cinque baracche abitate da alcuni nuclei familiari, in tutto una ventina di persone. Le baracche si sono spostate per un periodo di tempo per poi tornare al punto di partenza. In passato l' insediamento era stato più volte sgomberato, ma i nomadi erano ritornati con i loro accampamenti. Le baracche dell' accampamento abusivo sono state abbattute. Rom. Gruppo etnico che vive principalmente in Europa, distribuito in una galassia di minoranze presenti principalmente nei Balcani in Europa centrale e soprattutto in Europa orientale, dove vive circa il 60 - 70% dei rom europei. Non sempre si definiscono essi stessi rom, perché s' identificano con la patria di immediata origine: questo è il caso soprattutto dei rom romeni, radicati nell' attuale Romania da svariati secoli. Alcuni fra essi parlano la lingua romanes/romani oltre alla lingua dello stato di origine.
----Trascrivo da Walter Siti, Il contagio, romanzo, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, marzo 2008, pag. 161: «Mai chiamarle "borgate" di fronte agli assessori, ricordarsi che sono "periferie".....Illustrano con legittimo orgoglio le realizzazioni raggiunte.....Ti regalano il loro atlante (ora anche in Rete), strumento del rapporto paritetico e bilaterale fra gli amministratori e i cittadini, con le sue legende, i toponimi, gli indicatori di qualità urbana e i piani attuativi. Ma i Municipi sono ritagliati a spicchio, dal centro, come le fette di una torta: ogni Municipio comprende sia zone centrali che periferiche, nessuno è esclusivamente periferia; quindi, anche ai fini statistici, i dati delle borgate sono nebulizzati, shakerati, confusi nei dati generali del Municipio. Delle borgate restano appunto i toponimi, scritti in giallo: Pietralata, Fidene, Torre Angela, Finocchio.»
----Io ho molte piante del centro di Roma, tutte uguali, perché il centro non cambia mai, ma non ho e desidero avere la pianta precisa di tutto quello che c' è, o avere la sicurezza che non c' è, nella periferia di Roma e oltre Roma, indipendentemente dalla valutazione se si tratta di costruzione legale o abusiva o di baracche, affinché non possa dirsi: «Non contare gli altri, altrimenti gli altri contano te.»
L' aggiornamento di questa sezione è avvenuto l' 8 febbraio 2011.
Borgate ufficiali o rapidissime di Roma
A partire dagli anni settanta, grazie all' adozione di politiche urbanistiche più attente agli aspetti sociali dell' abitare - non solo, quindi, alla mera esigenza di fornire una dimora - sono stati effettuati interventi di recupero di tali borgate consistenti, in numerosi casi, nell' abbattimento dei vecchi fabbricati con conseguente ricostruzione di nuovi oppure, ove possibile, urbanizzazione di piazze, incentivazione alla costruzione di cinema, teatri di quartiere, etc.
Da nord - ovest in senso orario a sud - ovest le 12 borgate ufficiali o rapidissime si presentano attualmente così:
Primavalle (59.725 abitanti iscritti in anagrafe al 31 dicembre 2008)
La borgata viene completata negli anni cinquanta......Tra la fine degli anni settanta e la prima metà degli anni ottanta si assiste ad uno dei primi interventi di riqualificazione che determineranno l' attuale assetto del quartiere.
Val Melaina (35.138 abitanti iscritti in anagrafe al 31 dicembre 2008)
Si ignorano notizie.
Tufello
Già borgata ufficiale......A nord rispecchia l' edilizia popolare degli anni sessanta - settanta (anche se a differenza di altri quartieri di Roma, qui vengono mantenuti ampi spazi di verde tra gli edifici).
Negli ultimi anni l' intero quartiere ha subito una massiccia riqualificazione sociale ed urbanistica, legata in particolare ai riscatti delle ex case popolari ed alla successiva alienazione.
San Basilio
Sorto negli anni trenta - quaranta del XX secolo, il quartiere ebbe un nuovo sviluppo dopo la fine della seconda guerra mondiale con gli edifici di carattere intensivo della UNRRA, organizzazione umanitaria del famoso piano di aiuti Marshall.
Negli anni cinquanta, insieme alla parrocchia di San Cleto, dedicata al terzo papa della chiesa cristiana Anacleto I, su lottizzazione abusiva nasce la omonima borgata di San Cleto, tra il fosso di San Basilio e la via Nomentana. La borgata fu costruita da emigranti provenienti per lo più dalle Marche e dall' Umbria che tuttora vi risiedono.
Pietralata
Nel 1953 vengono sostituite le vecchie casette con abitazioni più moderne. A partire dal 1957 fino al 1964 i vecchi lotti vengono sostituiti dai palazzi......
Pietralata ha mutato il suo aspetto solo sul finire degli anni settanta quando la Giunta Luigi Petroselli ha iniziato a fare interventi sul territorio, ad esempio il rialzo stradale di via di Pietralata nel dicembre del 1979.
Tiburtino III
La zona è stata oggetto di una drastica ristrutturazione urbanistica avvenuta tra il 1981 e il 1990 fortemente voluta dalla popolazione residente......
Della vecchia borgata non resta che qualche edificio esemplare, mentre la semi totalità dei "lotti" popolari di color giallino pallido che disegnavano l' ambiente extraurbano (citato in alcuni passi di "Ragazzi di vita" di Pasolini) sono stati abbattuti e sostituiti con edifici in linea di colore grigio, alti dai 4 - 8 piani, costruiti in cemento armato e tamponati con pannelli prefabbricati di gesso. Attualmente il quartiere è inglobato nel tessuto urbano di Roma, e ha perduto quei caratteri di riconoscibilità morfologica che sono propri delle 11 borgate ufficiali dello stesso periodo storico; in compenso la qualità degli alloggi è decisamente migliorata, in linea con lo standard contemporaneo.
Prenestina
Si ignorano notizie.
Quarticciolo
Si ignorano notizie.
Gordiani
Negli anni ottanta dello stesso secolo XX, dopo numerose manifestazioni di protesta con falò stradali sostenute dal Partito Comunista di quegli anni, la borgata venne abbattuta e gli abitanti indotti a trasferirsi nelle case comunali dell' estrema periferia, tra cui Tor Bella Monaca, dove ebbero condizioni di vita assai migliori. Questo spazio venne presto occupato da gruppi di nomadi, ai quali il Comune di Roma, negli anni novanta, fornì i servizi elementari e case prefabbricate decorose, di fronte agli attuali lavori per la costruzione della linea C della metropolitana di Roma.
Tor Marancia (conosciuta anche come Tor Marancio)
Shanghai (questo il nomignolo della borgata a causa dei periodici allagamenti e dei frequenti fatti di sangue causati dalla miseria) venne demolita a partire dal 1948, a seguito della legge De Gasperi sul risanamento delle borgate, per costruire le attuali case popolari.
Trullo
Si ignorano notizie.
Acilia (66.932 abitanti iscritti in anagrafe si presume al 31 dicembre 2008)
Oggi essa è un centro dinamico che ospita un' edilizia sia popolare che residenziale, un polo industriale e due stazioni della linea Roma - Lido: Acilia e Casal Bernocchi - Centro Giano.
Notizie lette su Internet, voce Borgate ufficiali di Roma - Wikipedia e relativi rimandi da Wikipedia a ciascuna delle 12 borgate in date dal 20 al 24 maggio 2010.
Nel dramma sono state rispettate sostanzialmente le regole aristoteliche (unità di tempo, di luogo e di azione). Il primo, il secondo e il terzo episodio (atto II, III e IV) si svolgono nella Villa degli imperatori romani Gordiano I, Gordiano II e Gordiano III; precede il prologo (atto I) e segue l' epilogo (atto V); l' azione centrale si compie nello spazio di poco più di tre giorni. Il dramma è in 5 atti. Io ho consultato la libreria testi teatrali (la libreria virtuale) di www.dramma.it, dove sono registrate al 9 marzo 2009 ben 1286 opere teatrali: ebbene di queste soltanto 8 sono in 5 atti, il che è grave. Nelle opere teatrali a 5 atti «il fatto» accade nel quarto atto: applicando questo criterio, «i tre fatti» delle mie prime tre opere teatrali sopra indicate risultano essere rispettivamente la tragedia di Avarico, l' assassinio di Cesare, il cosiddetto «matrimonio» naturale dei due giovani al lume delle stelle. Il secondo, il terzo, il quarto atto e la prima scena del quinto atto furono scritti, quando avevo 22 anni, e sono stati influenzati dal teatro esistenzialista francese e dal dramma di Eugene O' Neill "L' imperatore Jones". In sostanza il mio dramma "Quattro Giorni in Villa" è l' ultimo dramma esistenzialista, comunicato con ritardo. Chi voglia approfondire il teatro esistenzialista deve leggere i seguenti drammi: "Il malinteso" di Albert Camus, "Le mani sporche" di Jean Paul Sartre, "La selvaggia" di Jean Anouilh e "Amarsi male" (titolo francese "Les mal aimés") di François Mauriac. "Il malinteso" è acquistabile presso l 'editore Bompiani; il dramma "Le mani sporche" è stato pubblicato nel 2010 da Mimesis Edizioni, Milano - Udine.
Osservando il dramma in altro modo, esso richiama le seguenti cinque opere di altri autori, senza che io vi abbia pensato:
----il film "Il mago di Oz", con Judy Garland: Dorothy, una bambina di 10 anni, che vive in campagna, compie fantastiche avventure in un altro luogo, dove incontra varie persone ; in questo contesto s' inquadra la famosa canzone "L' arcobaleno" ("Somewere over the rainbow"), cantata da Judy Garland; alla fine Dorothy ritorna a casa, dove si stava bene; anche nel mio dramma Martina, una ragazzina di circa 14 anni, che vive scontenta nell' estrema periferia di Roma, realizza un altro mondo nella Villa vicina, dove incontra varie persone; alla fine ritornerà nel suo quartiere, dove si stava bene;
----il dramma "Lo zoo di vetro" di Tennessee Williams: Laura, una timida ragazza affetta da un lieve difetto fisico, rivede a casa sua l' antico ragazzo di cui fu innamorata, invitato a cena proprio da suo fratello; nel mio dramma Martina, anche lei con qualche problema di cui si è detto sopra, incontra nella Villa, dove è fuggita, proprio il ragazzo di quartiere di cui è innamorata, che si aggirava nella Villa a caccia di uccelli;
----il romanzo "Nouvelle histoire de Mouchette" (Nuova storia di Mouchette) di Georges Bernanos; l' acquistai nel novembre 1968 a Milano, quando avevo già scritto il dramma; la somiglianza di Mouchette e Martina è impressionante: quasi stessa età, stesso ambiente, stesso pensiero, stessa religiosità, stessa sorte;
----il dramma "Casa di bambola" di Enrico Ibsen: alla fine Nora sbatte la porta di casa in faccia al marito e ai figli e va via da casa, tanto che la famosa attrice tedesca Hedwig Niemann-Raabe, giudicando snaturata una tale donna, convinse Enrico Ibsen a scrivere un altro finale per la Germania; anche nel mio dramma alla fine Martina chiude la porta di casa in faccia al marito e ai figli e da due mesi non dà notizie di sé alla famiglia;
----il dramma "Il crogiuolo" di Arthur Miller: l' autore rappresenta un caso di stregoneria accaduto a Salem alla fine del 1600, ma egli stava pensando a un caso più recente degli anni del 1950, il maccartismo, reso inutile dai nipoti dei fondatori del comunismo; anche il mio dramma in un altro verso si può intendere come una parabola per arrivare all' ultima scena, che richiama il fatto di Tor di Quinto descritto sopra.
Vista ancora in altro modo, l' opera non differisce dai drammi sul contrasto tra illusione e realtà, e si direbbe che tutto il teatro drammatico si fonda su questo assunto, e in questo senso la parte iniziale e finale della vicenda fungono da pretesto e da punto di appoggio per lo sviluppo e l' enunciazione di tale contrasto. Dice la ragazzina protagonista del dramma: «Che peccato c' è, se, per superare le deficienze della realtà, io mi sostengo un poco con l' immaginazione?»
Nel dramma è contenuta una punta di nichilismo. Su questo argomento trascrivo ancora da Walter Siti, Il contagio, romanzo, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, marzo 2008: «La grande arma che i borgatari hanno a disposizione è il nichilismo, sono loro gli antesignani dell' insignificanza; più il mondo borghese appare privo di senso, più i borgatari guadagnano posizioni, possono diventare avanguardia. Quel che per i borghesi è motivo di spavento («niente vale la pena, il futuro non esiste»), per il borgataro è moneta corrente («se sa»).(Pag. 311)......Ci sono luoghi del mondo in cui l' assoluto è più indifeso, meno affidato ai professionisti: le borgate sono uno di questi luoghi. (Pag. 312)......Da sempre gli intellettuali hanno usato le borgate come alibi: i sottoproletari erano una metafora, una proiezione dell' inconscio - un ideale di violenza, di sesso animalesco, di barbarie, e insieme una strana innocenza vissuta per procura....."Un' altra razza alle porte della città, come un esercito in attesa." Ora gli strati si sono contagiati a vicenda: c' è un po' di borgata nei nuovi valori borghesi, un po' di prudenza borghese nei nuovi slanci dei borgatari. (Pag. 313)......Le borgate ormai sono un bersaglio immaginario anche per chi ci vive; l' anticamera anarchica della perdita di sé, il limite oscillante tra una solitudine impossibile e una socialità infelice - in cui è implosa la loro famosa "vitalità". Il segreto di una civiltà al tracollo è la consistenza fluida: una geografia collosa, una storia evaporante, un' identità fondente.....(pag. 315).»
Il dramma è rimasto chiuso nel cassetto per lungo tempo, anche se è stato aggiornato a più riprese, fino a quando ho letto in Franco Ferrarotti che presso il Comune risiede un organo chiamato "Le Consulte Popolari", che quest' organo possiede i dati anagrafici, che questi dati non rispecchiano il numero effettivo degli abitanti della periferia e che bisogna aumentarne il numero. Allora ho potuto finire e comunicare il dramma, perché questa scoperta ha reso possibile la scrittura della scena II dell' atto I, senza della quale il dramma non si comprende.
L' attrice Julia Roberts è «Pretty Woman»; anche la mia ragazzina tredicenne romana terribile è «pretty woman». Le due donne devono stabilire chi di loro due è più «pretty woman».
L' opera teatrale "Quattro Giorni in Villa" è stata scritta in lingua italiana; anche in lingua italiana deve essere recitata in una eventuale versione cinematografica, senza pronuncia di una sola parola e di una sola inflessione in dialetto. Il tempo ha dimostrato che non tutto quello che faceva parte del cosiddetto neo-realismo era fondato: si riteneva che i films d' arte dovessero essere ripresi in bianco e nero, lasciando il colore ai films commerciali; questo è stato un colossale errore; la retina ormai si è abituata al colore e nelle retrospettive di opere passate non sopporta il bianco e nero.

5. Reversibile, dramma storico - satiresco in 1 atto e 3 tempi.

Fatto accaduto tra il 1958 e il 1959; tra varie persone campeggia la protagonista, una signora simpatica che si sposa tre volte per aspirare a ottenere la pensione di reversibilità del marito, prima della istituzione della pensione sociale.

6. Spettacolo Comico Marco Tullio Cicerone Contro Marco Antonio Le Imprese Ingloriose Di Marco Antonio Che Voleva Succedere A Cesare, monologo in 5 atti.

Risate a non finire nella invettiva di Marco Tullio Cicerone contro Marco Antonio che mette a nudo il carattere di Antonio dalla sua fanciullezza fino non alla sua morte, ma a quella di Cicerone (riduzione cronologica dalle "Filippiche" di Cicerone con aggiunte e rimaneggiamenti).
Atto I - Dalla fanciullezza di Antonio allo scoppio della guerra civile.
Atto II - Dalla battaglia di Paleofarsalo alla vigilia dell' assassinio di Cesare.
Atto III - Dall' assassinio di Cesare all' arruolamento di Ottaviano di due legioni.
Atto IV - Dal passaggio delle legioni Marzia e IV da Antonio a Ottaviano al supplizio di Trebonio.
Atto V - Dalla guerra di Modena all' assassinio di Cicerone.
Come assaggio, alla fine del I atto, ecco la comica del trionfo, che Marco Antonio celebrò a Roma in qualità di tribuno della plebe senza avere vinto una guerra, prima che Cesare celebrasse i cinque trionfi e mentre Cesare si trovava in Spagna a combattere la prima guerra spagnola: «Su un carro gallico da guerra si avanzava il nostro tribuno della plebe! Lo precedevano littori coronati d' alloro; in mezzo a costoro, adagiata in una lettiga scoperta, una ballerina; onorati cittadini dei municipi, costretti a muoversi dalle loro città, si facevano incontro, per salutarla, chiamandola non già col suo notissimo nome di teatro (Citeride), ma con quello di Volumnia (dal nome del padrone, che l' aveva affrancata). Seguiva una carrozza, piena di ruffiani, compagni di turpitudini. La madre, relegata in coda, teneva dietro all' amante dello spudorato figlio, come se si trattasse della propria nuora. Povera madre, che malanno la sua fecondità! Ecco le tracce degli scandali che costui ha impresso a tutti i municipi, alle prefetture, alle colonie, insomma a tutta l' Italia!» (Traduzione di Bruno Mosca, Arnoldo Mondadori, 1996)
Parimenti, alla fine del II atto, ecco la famosa scena di Marco Antonio alla festa dei Lupercali un mese prima dell' assassinio di Cesare: «Ma non vorrei che tra le tante gesta di Marco Antonio il mio discorso saltasse la più bella di tutte: veniamo dunque alle feste Lupercali. Nella tribuna sedeva, su uno scanno d' oro, il tuo collega, vestito di toga purpurea, il capo ornato di una corona d' alloro. Tu sali sulla tribuna tutto nudo - anche se luperco, non avresti dovuto dimenticare la tua qualità di console -, ti accosti al suo scanno, mostri il diadema reale. Per tutto il foro, un fremito. Da dove era sbucato, quel diadema? Non l' avevi certo raccattato per terra, ma da casa l' avevi portato: premeditato, dunque, il tuo atto scellerato. Tu tentavi di posarglielo sulla testa, tra il cordoglio del popolo; e lui lo respingeva, fra gli applausi generali. Non ci sei stato che tu, scellerato, a prendere l' iniziativa di restaurare il regno e a subire come padrone quello che avevi come collega, con l' intento anche di sperimentare a qual punto di sopportazione arrivasse il popolo romano. E cercavi anche di intenerirlo, gettandoti supplice ai suoi piedi. Per chiedergli che cosa? Di essere suo servo? Solo a tuo nome potevi chiederlo, perché non da noi né dal popolo romano avevi ricevuto un tale mandato. Che facondia ammirevole, la tua, quando, tutto nudo, tenesti la tua concione! Poteva esserci spettacolo più vergognoso, più ributtante, più meritevole di ogni supplizio? Aspetti forse ch' io ricorra al pungolo? Ma se un minimo di sensibilità t' è rimasta, c' è questo mio discorso per lacerarti e colpirti a sangue. Non solo, ma Antonio nel calendario dei Fasti, alla data dei Lupercali, ha fatto scrivere: "Il console Antonio per volontà del popolo ha offerto la dignità regia al dittatore perpetuo Gaio Cesare, il quale non ha voluto accettarla." Ormai non mi fa la minima meraviglia che tu sia nemico della pace, che abbia in odio non solo Roma, ma la luce stessa, che passi giorno e notte a bere in compagnia di infami briganti.» (Traduzione di Bruno Mosca, Arnoldo Mondadori, 1996)
Ecco il finale del V atto: «Il 15 aprile a Modena c' è stata la battaglia, che Marco Antonio aveva tanto desiderato. Gli eserciti coalizzati del propretore Ottaviano e dei consoli Irzio e Pansa lo hanno cacciato da Modena. Antonio è fuggito verso la Gallia Narbonense per chiedere aiuto al governatore di quella provincia, Marco Emilio Lepido, che sulle prime, per non dispiacere a Ottaviano, lo ha respinto. Ma i soldati di Lepido hanno aperto le porte del loro accampamento e hanno accolto il loro antico comandante, Antonio, con tutti gli onori. Allora Lepido si è riconciliato con Antonio. Nella battaglia di Modena sono morti anche i consoli Irzio, già debilitato, e Pansa. Allora, per la seconda volta, un componente della gente Giulia, Ottaviano, come già fece suo padre, Cesare, ha superato armato il fiume Rubicone, è sceso a Roma con le legioni e ha mandato innanzi il centurione Cornelio a chiedere il consolato per sé. Il centurione ha buttato indietro il mantello e, mostrando l' elsa della spada, ha detto ai senatori: «Questa lo farà console, se non lo farete voi!» Così Ottaviano si è preso il consolato, avendo come collega il suo procugino Quinto Pedio, che gli aveva prestato il denaro con la sua quota dell' eredità di Cesare per arruolare un esercito privato. Quindi ha fatto approvare la Lex Pedia, che istituisce un tribunale speciale per processare gli assassini di Cesare. Decimo Giunio Bruto Albino, braccato da Antonio e abbandonato dall' esercito, è fuggito da Modena con l' intenzione di raggiungere Marco Giunio Bruto Cepione in Macedonia. Mentre era diretto ad Aquileia, è stato catturato da briganti e consegnato al nobile celta Camelo, il quale ha informato Antonio. Quando Decimo Giunio Bruto Albino ha capito che per lui era arrivata la fine, si è abbandonato a gemiti e a pianti, lui che si era recato alla casa di Cesare che ritardava a venire in senato per i presentimenti di Calpurnia, la moglie di Cesare, per sollecitarlo a recarsi presso lo scannatoio che i congiurati gli avevano preparato. Allora il suo commilitone Elvio Blasione si è ucciso davanti a lui per insegnargli come doveva morire. Così anche lui si è ucciso. Nello stesso tempo Lucio Minucio Basilo, pure lui partecipe della congiura per assassinare Cesare, è stato ucciso dai suoi schiavi, mentre ne puniva alcuni evirandoli. Ottaviano, venuto a conoscenza dell' accordo tra Lepido e Antonio, per non ingenerare divisioni nel partito cesariano, ha raggiunto un'isoletta del fiume Lavinio nei pressi di Modena, ha deposto il consolato e si è accordato con Lepido e Antonio, istituendo con la Lex Titia un triumvirato per la restaurazione dello stato: in seguito estrometterà sia Lepido che Antonio dal governo dell' impero. Quindi i triumviri hanno compilato le liste di proscrizione ognuno per conto suo; l' organizzatore delle liste di proscrizione è stato Antonio; in testa alla lista di Antonio ci sono io. Poi Ottaviano e Antonio intendono recarsi in Oriente per abbattere Marco Giunio Bruto Cepione e Caio Cassio Longino, i capi della congiura che hanno assassinato Cesare. Sento i rumori dell' arrivo degli sgherri del tuo triumvirato, Antonio: andiamo incontro con coraggio alla morte tutti e due, prima io e poi tu.»

7. A Mio Fratello Che Non Ho Conosciuto Parte I, diario romanzato: narra gli avvenimenti familiari dall' ottobre 1957 al 17 settembre 1958; in due famiglie, Iurlo e Martinelli, che vivono con le porte aperte in attesa dell' eredità, un bambino, Angelino, muore per l' infezione contratta da un altro bambino, Giuliano, colpito da tifo e meningite.

8. A Mio Fratello Che Non Ho Conosciuto Parte II, diario romanzato: narra gli avvenimenti familiari dal 18 settembre 1958 al 17 luglio 1960; in due famiglie, Iurlo e Martinelli, che vivono con le porte aperte in attesa dell' eredità, un bambino, Angelino, muore per l' infezione contratta da un altro bambino, Giuliano, colpito da tifo e meningite.

9. A Mio Fratello Che Non Ho conosciuto, dramma in 5 atti: rappresenta gli avvenimenti familiari dall' ottobre 1956 al 1966; in due famiglie, Iurlo e Martinelli, che vivono con le porte aperte in attesa dell' eredità, un bambino, Angelino, muore per l' infezione contratta da un altro bambino, Giuliano, colpito da tifo e meningite.

10. Caio Giulio Cesare Imperatore Parte I, versione ridotta, tragedia in 5 atti: per le compagnie teatrali, le riviste teatrali e le collane.

11. Caio Giulio Cesare Imperatore Parte II, versione ridotta, tragedia in 5 atti: per le compagnie teatrali, le riviste teatrali e le collane.

12. Trilogia Delle Borgate Parte II - Nuova Storia Di Mouchette (Da Georges Bernanos, 1937), dramma in 5 atti: Mouchette, una ragazzina di 14 anni, che vive in un tugurio, dopo essere stata violentata da un cacciatore di frodo, si suicida.

13. Amleto Re Dalla Storia Danica Di Saxo Grammaticus (Da William Shakespeare, 1601), tragedia in 5 atti: mi è apparso lo Spettro di Amleto padre e mi ha chiesto di vendicare le morti di Polonio, Ofelia, Gertrude e Laerte, causate dalla demenza di suo figlio, e io l'ho fatto, attenendomi alla lettera alla Storia Danica di Saxo Grammaticus in lingua latina, fonte della tragedia di Shakespeare; del testo di Shakespeare di 127 pagine sono state conservate solo 41 pagine, io ho aggiunto di mio 26 pagine, in totale quindi un uovo testo di 67 pagine; ora Amleto non è quel poveretto di Shakespeare incapace di effettuare la vendetta, ma un gigante della Danimarca.

14. Suddivisione in 5 e non in 4 atti della "Tragedia Spagnola" di Thomas Kyd: rimando a quanto scritto sopra.

15. Trilogia Delle Borgate Parte III - Una Vita Violenta (Da Pier Paolo Pasolini, 1959), tragedia in 5 atti: dal noto romanzo di Pasolini.

16. William Shakespeare, Amleto, versione ridotta, tragedia in 5 atti: rimando a quanto scritto prima.

PREMI, PUBBLICAZIONI, RAPPRESENTAZIONI

----"Reversibile" ha ricevuto una Menzione d' onore alla XII Edizione del Premio Letterario "Osservatorio" 2009 Sezione Testo teatrale inedito, con la comunicazione apparsa il 1° dicembre 2009 sul sito www.premiosservatorio.it, con la Cerimonia di premiazione per la domenica del 13 dicembre 2009 a Bari presso il teatro Kursaal Santalucia e con membri della Giuria di merito la presidentessa della Federazione Italiana Teatro Amatoriale (FITA) per la Puglia Annamaria Carella, l' attore, autore e regista teatrale Andrea Cramarossa e la presidentessa dell' Associazione culturale "Teatro Osservatorio" Giuliana Stancarone.

INDICE

Elenco delle opere: pag. 1. La tragedia "Giulio Cesare" di William Shakespeare: pag. 2. L' elogio funebre di Marco Antonio: pag. 4. Ancora sulla tragedia "Giulio Cesare" di William Shakespeare: pag. 8. Sinossi delle opere: pag. 10. Premi, pubblicazioni, rappresentazioni: pag. 19. Indice: pag. 20.